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Machiavelli e Spinoza

Elementi per un confronto di filosofia politica,
Fondazione Collegio San Carlo, via San Carlo 5, Modena

Michele Ciliberto - Professore di Storia della filosofia - Scuola Normale Superiore di Pisa

 

Per Machiavelli la religione è una sorta di straordinaria ars rhetorica capace di guadagnarsi il consenso degli uomini, spingendoli su strade nuove e originali, che essi non imboccherebbero mai, se dovessero essere prima convinti sul piano razionale. Ma non è solo questo: in Machiavelli la religio nel senso stretto del termine è un vincolo, anzi è il vincolo fondamentale di una comunità. E in questo senso essa è «cosa al tutto necessaria a mantenere una civiltà», come dimostra in primo luogo l'esperienza dei Romani. La radice del potere di Roma non sta - questo è l'asse del ragionamento di Machiavelli - nel denaro, nella forza delle armi, oppure nel diritto, del quale tutti conoscono l'importanza (compreso Machiavelli). Risiede nella religione, come dimostra il fatto che a Roma il «giuramento» fosse più importante della legge: «e chi discorrerà infinite azioni, e del popolo di Roma tutto insieme e di molti de' Romani di per sé, vedrà come quelli cittadini temevano più assai rompere il giuramento che le leggi, come coloro che stimavano più la potenza di Dio che quella degli uomini». Appunto per questo è stato Numa Pompilio, non Romolo, il vero artefice della potenza di Roma: perché, come Machiavelli sottolinea, «dove è la religione facilmente si possono introdurre l'armi, e dove sono l'armi, e non religione, con difficultà si può introdurre quella». In conclusione - ed è questo l'esito dell'analisi di Machiavelli -, la «religione introdotta da Numa fu intra le prime cagioni della felicità di quella città, perché quella causò buoni ordini, i buoni ordini fanno buona fortuna, e dalla buona fortuna nacquero i felici successi delle imprese».Ma il valore della religione romana - e della sua funzione di vincolo originario di quella repubblica - si apprezza fino in fondo se si tiene presente un altro elemento costitutivo della riflessione politica svolta nei Discorsi. Per Machiavelli il fondamento della potenza - e della libertà - di uno Stato è costituito dal "conflitto" delle forze che lo costituiscono e dalla capacità di mantenere questo conflitto entro il vincolo fondamentale che, attraverso la religione, è posto alla base di quella comunità. Tra religio e "conflitto" c'è, per Machiavelli, un nesso diretto: ed è dall'intreccio organico dell'uno e dell'altra che scaturiscono la forza di uno Stato, la sua capacità di affermarsi e di sottoporre a sé, come sudditi, gli altri popoli, cancellandoli dalla storia. In altre parole, è nella "politica interna" che si fonda la potenza della "politica estera" di uno Stato, la sua forza espansionistica. E, a sua volta, la politica interna è tanto più forte quanto più si fonda sul riconoscimento - e sul disciplinamento - del "conflitto": a Roma «la disunione della Plebe e del Senato romano fece libera e potente quella republica». Coloro che criticano la repubblica romana - sostenendo che essa fu «tumultuaria» e «piena di confusione» e che la sua unica salvezza fu costituita dalla «buona fortuna» e dalle armi - non intendono che «i tumulti intra i Nobili e la plebe» furono l'effettiva scaturigine «del tenere libera Roma», della libertà romana. Soprattutto essi non intendono che «sono in ogni repubblica due umori diversi, quello del popolo e quello de' grandi»; e che «tutte le leggi che si fanno in favore della libertà, nascano dalla disunione loro». In Machiavelli «tumulto», «disunione», sono lemmi positivi, valori: «perché li buoni esempi nascano dalla buona educazione, la buona educazione dalle buone leggi, e le buone leggi da quelli tumulti che molti inconsideratamente dannano». Che Roma sia stata «tumultuaria», significa soltanto che essa è stata una repubblica libera; quando i «tumulti» sono finiti, è finita anche la libertà di Roma.

 

(da M. Ciliberto, Il Rinascimento a Firenze: figure e motivi, in Id., Pensare per contrari. Disincanto e utopia nel Rinascimento, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2005, pp. 193-194)*

 

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