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Individualismo moderno e contemporaneo


Massimo Mori

L’individualismo come categoria del moderno
Nella relazione ci si propone di esaminare le diverse forme categoriali attraverso cui il concetto di individualismo si afferma nella modernità: la concezione giuridica (diritto naturale), il rapporto con la proprietà (Locke/Fichte), l’analisi antropologica (Hobbes), la qualificazione politico-economica e sociale (Adam Smith, John Stuart Mill, Herbert Spencer), la fondazione antiempiristica e antieconomicistica (Humboldt), l’antitesi con l’organicismo (tradizionalismo romantico, Hegel), i rischi dell’individualismo democratico (Tocqueville) e la deriva irrazionalistica e antistatalistica (Stirner, Nietzsche). Naturalmente, il riferimento agli autori indicati, prescindendo da ogni esposizione, avrà un valore solamente esemplificativo, mentre si porrà l’accento sulle interconnessioni concettuali che legano le diverse espressioni categoriali, in modo da costruire un percorso che tenti una definizione complessiva dell’“individualismo moderno”.



Dario Antiseri
Le ragioni dell'individualismo metodologico
A ragionare e ad agire sono solo gli individui. È questo il principio cardine dell’individualismo metodologico. Ed è esattamente dalle azioni degli individui e dalle loro conseguenze inintenzionali che lo scienziato sociale deve partire per poter spiegare la genesi e i mutamenti delle istituzioni e degli eventi sociali. Dare sostanza ai concetti collettivi – come società, Stato e partito – e reificarli è infatti un grave errore, poiché esistono solo individui, che pensano, ragionano e agiscono, interagendo. L’individualismo metodologico è pertanto l’unico «metodo» in grado di mettere in contatto gli studi sociali con la realtà concreta, vale a dire con gli individui, le loro idee e le loro azioni.



Pier Paolo Portinaro
Patologie dell’individualismo Pleonexia e diritti
La violenza è legata all’istinto di sopraffazione e alla volontà di prevaricazione, che hanno la loro radice nell’elemento irascibile dell’anima, nell’animosità (thymos) posta al servizio dell’impulso acquisitivo, l’amor sceleratus habendi, come lo avrebbe definito Ovidio. Il termine greco che meglio denota il sostrato antropologico da cui scaturiscono i comportamenti antisociali è pleonexia. Ad esso fa insistentemente ricorso Platone nel delineare quel disordine dell’anima che si riflette sul disordine della città. Nella sua tripartizione delle forze psichiche, egli annovera, come potente e anzi sovrastante controparte dell’elemento razionale, l’operare di due masse energetiche legato allo smodato bisogno di riconoscimento (quella che sarà per Hobbes la «vanagloria») e all’insaziabile brama di gratificazioni materiali. Di avarizia e ambizione parleranno costantemente (e il lessico machiavelliano ne fornisce una documentazione impressionante) gli umanisti alle soglie dell’età moderna: attraverso la mediazione latina, l’antropologia definita dal pensiero greco si sarebbe così saldamente attestata anche nel nucleo della moderna dottrina dello Stato. A partire da questa falda antropologica la violenza dispiega le sue potenzialità distruttive dell’ordine anche in virtù della variabilità delle motivazioni e della creatività dell’animale umano. Ma al disordine dell’antropologia pleonectica occorre porre rimedio. E il rimedio viene da dike, un termine di ambivalente e stratificata significazione (la figlia di Zeus e di Themis è imparentata anche alle Erinni, le divinità vendicatrici), ma che in tutte le sue accezioni evoca l’idea di un qualche equilibrio che va restaurato, dopo un’alterazione, tra l’interesse del singolo e quello della collettività.



Sebastiano Maffettone
Individualismo non (significa) egoismo
Esistono diverse accezioni di individualismo. C’è ad esempio un individualismo ontologico, che tende a definire la natura degli enti collettivi in termini di vicende degli individui che li compongono, partendo dall’assunto che la realtà sia in effetti metafisicamente già costituita. Dovremmo essere – secondo questa tesi – individualisti, sostanzialmente perché la realtà ce lo impone. Oppure, esiste un individualismo metodologico – che ha originato, a partire dagli anni cinquanta, una disputa di scuola tra studiosi pro e contro di esso – che tende a spiegare, facendo riferimento implicito o esplicito alle leggi della fisica, le azioni dei soggetti collettivi a partire dalle intenzioni dei loro componenti individuali. Qui la forza dell’argomento consiste tutta nel suo valore esplicativo, che – secondo i suoi sostenitori – è molto maggiore di ogni tipo di spiegazione olistica. Senza entrare nel merito di queste tesi teorico-metodologiche, mi preme sottolineare l’importanza di un altro tipo di individualismo, che ho indicato con il termine «normativo». L’individualismo normativo può essere definito come il punto di vista di un soggetto pensante chiamato a valutare una scelta tra azioni alternative. Tale soggetto pensante può essere – come vuole il liberalismo kantiano – un individuo trascendente e non empirico, le cui valutazioni sono all’origine di giustificazioni in senso filosofico, e perciò presuppongono una teoria. L’individualismo normativo è pertanto parte di una più generale filosofia dell’azione.
 
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